In ricordo della Prof.ssa Anna Bravo

 

Al centro dei suoi studi ci sono stati soprattutto i movimenti sociali e politici del Novecento, in particolare per quanto riguarda il ruolo delle donne e del femminismo

 

Nella notte dell’8 dicembre 2019, nella sua casa sulla collina torinese, è mancata Anna Bravo. Aveva 81 anni ed era stata per lungo tempo associata di “Storia sociale” presso l’Università di Torino; aveva condotto molte e approfondite ricerche su temi collegati alla Resistenza, alla Deportazione, ai movimenti politici e sociali, al femminismo e aveva pubblicato un grande numero di testi.

 

La sua scomparsa lascia un vuoto non solamente nell’affetto delle persone che le sono state amiche e hanno spesso avuto modo di ammirare la lucidità della sua intelligenza e la generosità con cui si rendeva disponibile quando le si chiedeva una collaborazione o un aiuto; ma anche tra le e gli studiosi con cui manteneva fitti rapporti di dialogo, sempre interessata agli scambi e al confronto delle idee.

 

La sua non fu però soltanto una vicenda di ricercatrice e di autrice di molti libri importanti: alla passione e alla competenza del suo lavoro di storica univa un impegno altrettanto grande negli aspetti concreti da cui scaturivano i suoi stessi interessi e le scelte delle tematiche cui via via si dedicava. Sulla sua esperienza di giovane attiva nel movimento studentesco del ’68 si innestò negli anni ’70 l’adesione a Lotta Continua e quella prima matrice la portò quaranta anni dopo alla stesura di A colpi di cuore. Storie del sessantotto (Laterza 2008). Nelle prime pagine sentì il bisogno di dichiarare che il “fondamento personale” di quel testo nasceva dall’essersi accorta che i temi cui si era maggiormente dedicata “rientravano tutti in due aree: il dolore patito da esseri umani per la violenza di altri esseri umani; i tentativi di resistere alla distruttività senza farsene contagiare, o il meno possibile”.

 

Anzi, indagare sulla dimensione della nonviolenza e sostenerne sia la praticabilità sia l’efficacia era diventato uno dei suoi impegni principali. Con La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storia di sangue risparmiato (Laterza 2013) volle contestare quanto siano ingiuste le narrazioni scandite soltanto da guerre, violenza, sangue versato: che tanti – e soprattutto tante – abbiano invece agito perché persone non morissero e addirittura certi conflitti venissero elaborati senza passare la soglia del ricorso alle armi.

 

Tanti e soprattutto tante: sin dal volume scritto con Anna Maria Bruzzone In guerra senza armi. Storie di donne. 1940-1945 (Laterza 1995) l’interesse per la storia sociale delle donne – tanto dal punto di vista materiale dei comportamenti e degli atteggiamenti, quanto da quello simbolico delle percezioni, delle autopercezioni o anche dei pregiudizi – ha preso uno spazio sempre più ampio e profondo nella sua riflessione critica.

 

Negli anni Novanta e Duemila, il suo lavoro sulla storia delle donne (e di donne e uomini) si concentra sulla pervasività della violenza nelle scelte politiche ed esistenziali e sulle strategie, individuali e collettive, per evitarla. In questa direzione sono andate le sue riflessioni sulla Resistenza, il rifiuto delle armi e il maternage di massa, la resistenza civile come spazio per la costruzione di una scala di valori politica, una rilettura dell’esperienza femminista e del tema dell’aborto.

 

Elisabetta Donini e Elena Petricola

 

CIRSDe